Love addiction, la versione distorta dell’amore

Le bugie del cervello

La dipendenza dall’amore è una grande illusione. Pensiamo di legarci sempre di più al partner. Invece, giorno dopo giorno, seminiamo per strada pezzi di noi stessi fino a perdere del tutto la nostra identità.
In questo meraviglioso, assolato e caldo mese di luglio, cuore dell’estate, della stagione degli amori voglio parlarvi d’amore raccontandovi una storia dietro la quale si nasconde una delle più grandi bugie che il cervello possa rifilarci a nostra insaputa. Solo per opportunità narrativa questa storia ha una donna per protagonista, ma la bugia è assolutamente unisex. È una giovanissima donna di nome Rebecca, nel fiore degli anni, bella, sensuale, elegante, colta e «tanto buona ma… più furba di una zingara…» (cit. Biagio Antonacci). Molti uomini erano pazzi di lei non ricambiati; lei cercava altro, forse nemmeno sapeva cosa, ma era convinta che l’avrebbe capito al volo quando si fosse trovata davanti l’uomo giusto. Nel frattempo, si lasciava lusingare, corteggiare e adorare dai tanti pretendenti che le ruotavano intorno come api sul miele. Poi venne l’incontro con un uomo molto più grande che seppe entrarle nella testa prima che nel cuore e il mondo di Rebecca cambiò repentinamente. Era affascinante, elegante, sicuro di sé, colto, ambizioso e non capitolò subito ai suoi piedi come tutti gli altri. Lei decise di usare tutte le sue armi per ammaliarlo, per dargli tutto ciò che poteva desiderare, voleva essere la donna ideale. Si trasformò in una geisha perfetta; sempre impeccabile, seducente, allegra, avvolgente e irreprensibile; una cuoca perfetta, un’amante passionale, una compagna fedele e coinvolta. Ogni cosa che lui amava, lei l’amava con convinzione, ogni cosa che lui faceva, lei la faceva per compiacerlo. Ma ogni suo prodigarsi le ritornava in termini di noncuranza e mortificazione; lui era freddo, distaccato e niente sembrava scaldargli il cuore. Ma Rebecca non si arrendeva. Poco importava che chi la conosceva da sempre si meravigliasse del suo grande cambiamento, delle sue nuove passioni, del suo stile di vita e della sua nuova personalità: docile, accondiscendente, conciliante, remissiva ed evidentemente terrorizzata di perdere quell’uomo come fosse l’unico al mondo. Giorno dopo giorno tuttavia seminava lungo la strada della vita, senza accorgersene, pezzi di sé, giorno dopo giorno diventava più insicura e dipendente da quell’uomo, dalla personalità fortissima e dominante, ben consapevole del potere che aveva su di lei, che esercitava senza pudore chiedendole cose assurde, imponendole privazioni folli ma che agli occhi di lei sembravano cose normali, ragionevoli. Rebecca si svegliò un giorno e guardandosi allo specchio vide un fantasma, una maschera, si spaventò ma d’altra parte non c’era via di fuga. Non era pensabile staccarsi da quell’uomo che piano piano diventava sempre più carceriere.

«Di fronte ad alcuni sentimenti quali quello dell’amore», spiega il neurologo Rosario Sorrentino, «si viene a creare con l’altro un legame profondo, un legame biologico molto forte, molto intenso tanto che spesso la sua interruzione o anche solo l’idea di un allontanamento può dare luogo a veri e propri scompensi di origine chimica».
Quando c’è un sentimento di amore sano, l’unione tra due persone è un compromesso continuo che dura tutta la vita dove le persone tendono a vivere, a condividere e a soddisfare i desideri del partner. «A volte però», continua Sorrentino, «il desiderio di gratificare l’altro e per converso la paura dell’abbandono sconfinano nel patologico, sfociano in un amore sbagliato giungendo a una vera e propria sottomissione che prevede una cessione di porzioni significative di autonomia, di libertà e anche di autostima; ci si annulla per paura di perdere tutte quelle consuetudini, quelle affinità (a volte nemmeno reali) che rappresentano il legame. Pur di dare all’altro, ma anche a se stessi, maggior tranquillità e condivisione, al fine di consolidare il rapporto, ci suggestioniamo. Creiamo così le condizioni che facilitano l’adattamento a qualcosa che in altre circostanze avremmo evitato ma che il cervello in quel momento ci presenta sotto forme diverse, realistiche». Ecco la bugia abnorme: crediamo fermamente di volere cose che in realtà non vogliamo e magari nemmeno ci appartengono. «Quando si raggiungono livelli così accentuati di dipendenza affettiva o love addiction si scivola nel patologico, nell’ossessione e quindi è necessario accettarla perché poi alla lunga può dare luogo a una serie di sintomi quali depressione, attacchi di panico, insonnia, disturbi del rendimento, somatizzazioni di qualunque natura». Bisogna rendersi conto anche con l’aiuto di chi ci sta vicino e ci conosce bene di avere un problema e avere la consapevolezza di doversi fare aiutare. È necessaria una diagnosi precisa anche per capire che cosa ha indotto a determinati comportamenti e permettere alla persona di liberarsi da questa dipendenza. «La psicoterapia cognitivo-comportamentale può rivelarsi estremamente utile per aiutare a ritrovare il proprio centro», conclude Sorren- tino. Rebecca è tra le fortunate; per strade impervie ha imboccato la sua exit strategy e ha potuto riprendere la sua vita, e trovare il suo centro liberandosi non dell’amore (che tale non era) ma della dipendenza.
L’amore può essere solo arricchimento, la dipendenza è un nodo che può uccidere.

IL DESIDERIO DI GRATIFICARE L’ALTRO E LA PAURA DELL’ABBANDONO SCONFINANO
NEL PATOLOGICO, SFOCIANO IN UN AMORE SBAGLIATO GIUNGENDO A
UNA VERA E PROPRIA SOTTOMISSIONE

Barbara Prampolini per ARBITER | LUGLIO 2017

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