La dignità

Articoli in libertà Le bugie del cervello

«È una questione di dignità». Quante volte abbiamo pronunciato o sentito questa frase. Ma cos’è oggi la dignità? Da Cicerone a Kant, da Pufendorf a Luhmann si parla di dignità nelle sue accezioni: assoluta e relativa, ovvero dell’uomo in quanto tale, «animal rationale», in quanto creatura di Dio e che a lui deve tendere, oppure in relazione al suo posto nel mondo, nella vita, nella società, nel lavoro e nella politica. La filosofia del diritto, le carte costituzionali e dei diritti dell’uomo parlano di dignità, la Chiesa e, come sentiamo spesso in questo periodo, lo stesso Dante Alighieri. La dignità racchiude in sé moltissimi assunti che richiederebbero trattazioni adeguate e riservate. Per il neurologo Rosario Sorrentino, per esempio: «La dignità è il termometro di un sentimento radicato che non fa calcoli o previsioni, ultima frontiera del rispetto di se stessi, qualcosa che ci conferisce un punteggio, quello di un valore etico e morale delle nostre azioni ma anche dei comportamenti che subiamo dagli altri. E’ un valore non negoziabile che rischia talvolta di essere oscurato dagli innumerevoli compromessi che la vita ci pone. All’interno della dignità esiste una moltitudine di altri significati che scandiscono il nostro approccio alla vita, che trovano la loro rappresentazione nelle dinamiche e nelle relazioni sociali,  è un «tesoretto» a cui non vorremmo mai rinunciare perché rientra nei diritti fondamentali dell’uomo. Ha dignità colui che non cede facilmente nel subire la prevaricazione di alcuni gesti o comportamenti che potrebbero azzerare il rispetto per se stessi».

Per lo psichiatra Enrico Prosperi invece «la dignità è il valore che possediamo in quanto esseri viventi. E’ quindi la consapevolezza di chi siamo, esseri liberi ma anche responsabili delle nostre azioni. E’ un valore personale che necessita prima ancora del rispetto degli altri, quello di noi stessi». Dagli esperti e da chi ci ha preceduto nei secoli, mi sovviene di mettere fortemente in relazione stretta la dignità col senso di responsabilità, con la nobiltà d’animo e inevitabilmente col rispetto per se stessi. Quanto oggi sia radicato nell’essere umano il rispetto per se stessi, genitore e figlio del concetto stesso di dignità, è assai difficile da comprendere a qualsiasi latitudine e soprattutto a qualsiasi livello sociale. Certo è che il suono delle sirene di Ulisse è sempre più destabilizzante, tanto e tanto spesso, da indurre a comportamenti e accettare compromessi sempre meno dignitosi, nobili, pur di avere quello che oggi si persegue con maggior ardore: like, denaro facile, scorciatoie e potere. Così la giustizia, abitata da persone che pur di fare carriera e quindi avere potere e quindi… già sappiamo, è disposta a vendere l’anima (e le sentenze) al diavolo. Così le ragazzine/bambine pur di far denaro senza sforzo e fatica sono disposte a vendere e svendere pezzi del loro corpo, o tutto intero, spesso con il consenso di chi dovrebbe tenerle alla larga, e pubblicano foto ammiccanti strizzando l’occhiolino alla cam per ottenere sponsor a pioggia ed essere ricoperte di soldi facili. Il mondo degli influencer, che parlano di tutto e non sanno di niente. Così i politici che cambiano bandiera e pensiero come si cambia camicia. Così chi spettacolarizza la vita privata, le disgrazie, proprie o altrui, sempre per raccogliere consenso, visibilità, non compassione ma pena, due concetti diversissimi tra loro.

Dignità va a braccetto anche con riservatezza, con senso del pudore, con eleganza. L’uomo o la donna eleganti sono necessariamente anche uomo o donna con dignità perché l’eleganza non è solo in un bell’abito bensì in quello che l’abito esalta ed evidenzia, doti sicuramente personali e intime che da fuori possono solo immaginarsi e vagamente intravedere. La dignità è in ciò che decidiamo di essere e nella vita che scegliamo di vivere, rinunciando anche a cose e situazioni che sicuramente potrebbero lusingare ma che ci porterebbero lontano da noi stessi, dalla nostra coscienza, dal rispetto per noi stessi ma anche per gli altri. Io che considero Marco Aurelio con grande presunzione un caro e vecchio amico col quale confrontarmi sulle cose della vita ricordo che disse: «Ricordati questo: c’è un’adeguata dignità e misura da osservare nell’esecuzione di ogni atto della vita». In un’intervista passata a un prete, un noto esorcista, e a un vescovo, per parlare con loro del diavolo, del maligno, mi spiegarono con semplicità come sia facile per alcuni uomini perdere la dignità e con essa il rispetto per se stessi. Entrambi ovviamente riconoscevano l’esistenza del maligno, ma l’esorcista mi colpì per la chiarezza con la quale mi espose il modo di agire del demonio; disse che Lucifero agisce proprio attraverso la seduzione, la lusinga, lo sventolio di qualcosa di immaginifico e accattivante: per avere il quale chi capitola è appunto disposto a cedere la propria anima e da quel momento è pedina e schiavo di un padrone che col luccichio delle comode scelte o facili fortune accompagna nel buio dell’esistenza dove ci si perde e si tradisce, in primis, se stessi. Che si tratti del demonio sotto mentite spoglie o dei peccati molto umani che trascinano spesso sulla cattiva strada uomini e donne probi, un fatto è certo: l’essere umano sta perdendo la bussola, l’orientamento, il suo nostromo, e sempre più spesso cede anima e corpo convinto di navigare verso mete ambite quando in realtà si sta dirigendo col vento in poppa sempre di più verso l’isola che non c’è…

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